Ricercatori americani dell’Università di Yale hanno messo a punto un test del sangue basato su 9 biomarcatori in grado di prevedere l’aspettativa di vita di una persona. Il test calcola la differenza tra l’età segnata sulla carta d’identità e quella fisiologica o ‘fenotipica’, plasmata da fattori come il nostro stile di vita.

Creato in laboratorio un rivoluzionario test del sangue che, basandosi sull’analisi di 9 biomarcatori, riesce a predire l’aspettativa di vita di una persona. In altri termini, suggerisce quanto tempo ci resta da vivere, un’informazione che non proprio tutti sarebbero pronti ad accogliere a braccia aperte. L’esame è stato messo a punto ricercatori della Scuola di Medicina della prestigiosa Università di Yale, Stati Uniti, con l’obiettivo di fornire uno strumento in grado di aiutarci a prendere le opportune contromisure in caso di ‘campanello d’allarme’. Sì perché il responso del test, basato sull’età fisiologica di una persona e non sul dato riportato sulla carta d’identità, non è lapidario, e può essere modificato cambiando stile di vita per prevenire determinate malattie.

Ma come è stato creato? Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Morgan Levine, hanno innanzitutto preso in esame 42 dati clinici dalle cartelle di pazienti coinvolti in un due ampi studi americani su salute e nutrizione (NHANES). Tra questi parametri vi erano la conta dei globuli bianchi, i livelli di glucosio, di albumina e di altre sostanze. Incrociandoli con i dati sullo stile di vita e sulla salute di 10mila persone coinvolte nel primo dei due studi, Levine e colleghi hanno creato il test del sangue basandolo su 9 specifici biomarcatori, tutti legati all’aspettativa di vita. Dopo averlo messo a punto lo hanno testato sulle 11mila persone che hanno partecipato al secondo studio.

Come indicato, il test si basa sul calcolo dell’età fisiologica di una persona (gli scienziati l’hanno definito ‘età fenotipica’), che è diversa dall’età cronologica, dato che c’è chi invecchia più o meno velocemente. Un cinquantenne, ad esempio, in base al suo stile di vita può avere un rischio di mortalità di un cinquantacinquenne e viceversa. Se l’esame individua un’età fisiologica superiore a quella cronologica, significa che il paziente sta invecchiando più velocemente e dunque rischia una morte prematura. Il rischio è maggiore quando questo divario viene individuato nei più giovani. Levine e colleghi hanno rilevato che per ogni anno in più dell’età fenotipica rispetto a quella cronologica, il rischio di morte è superiore del 14 percento nella fascia di età 20-39 anni; del 10 percento in quella 40-64 anni e dell’8 percento in quella 65-84 anni.

Dall’analisi dei dati è inoltre emerso che le donne invecchiano più lentamente degli uomini, ed è anche per questo che hanno una longevità superiore. Ad accelerare il rischio di morte vi sono diversi fattori, come l’essere cresciuti in quartieri poveri, la bassa istruzione, lo stress cronico, il vizio del fumo, la scarsa attività, l’obesità e altro ancora. Se invece vi interessa vivere fino a cent’anni, in base a uno studio sui centenari del Cilento è stato dimostrato che oltre a un ‘buon DNA’ serve un profilo psicologico scolpito da ottimismo, amore per la propria terra e la famiglia, religiosità, testardaggine e grinta. I risultati del test del sangue che predice quanto vivremo sono stati pubblicati sull’archivio online bioRxiv, in attesa della pubblicazione su una rivista scientifica.

[Foto credit: Antonio_Corigliano]

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