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SPESA, COSÌ AL SUPERMERCATO SPENDIAMO IL 43% IN PIÙ SU FRUTTA E VERDURA

Chi prende decisioni non dovrebbe mai sottovalutare la reazione di chi sta sotto (in realtà sopra, se si parla del popolo o dei consumatori, come in questo caso). Così come è sbagliato prendere sottogamba la capacità persuasiva dei media, o meglio dei social network.

Prendiamo la recente legge sui sacchetti biodegradabili, la numero 123 del 2017. L’ Italia ha recepito una direttiva dell’ Unione europea finalizzata alla riduzione dei sacchetti in plastica con l’ introduzione di quelli bio.

Gli Stati membri sono stati lasciati liberi di utilizzare la leva fiscale o fissare i prezzi dei contenitori, l’ importante, ha pensato Bruxelles, è il raggiungimento dell’ obiettivo. Il nostro governo ha quindi deciso di obbligare supermercati, alimentari e negozi di frutta e verdura a utilizzare sacchetti di plastica biodegradabile per i prodotti sfusi e di esplicitarne il loro prezzo: da 1 a 5 centesimi. Non che prima venissero regalati, il loro costo veniva semplicemente spalmato nella spesa.
Un nobile intento ambientale e di trasparenza. Ma ecco cos’ è successo.

Il paradosso – L’ Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, un ente pubblico) ha registrato un importante calo della vendita di ortofrutta sfusa nel primo trimestre dell’ anno, pari a -3,5% in volume e -7,8% in termini di spesa, e un’ impennata senza precedenti degli acquisti di ortofrutta fresca confezionata, +11% in volume e +6,5% la spesa.

Non solo i prodotti confezionati hanno un costo nettamente superiore a quelli sfusi, in media il 43% in più, calcola l’ Ismea, ma le loro confezioni nella maggioranza dei casi non sono affatto prodotte con bioplastiche. Riciclabili, forse, ma non bio.
Ciò che non è andato giù ai consumatori è stato proprio l’ obbligo di pagare uno o tre centesimi di euro i nuovi sacchetti mentre prima pensavano di averli gratis. Il tutto è stato montato come panna (sfusa) sui social network, dove sono partite campagne per boicottarne l’ uso, e anche sui media tradizionali. Il risultato è che un intento più che ragionevole si è trasformato in un cambiamento di abitudine che avrà spiazzato ben più di un negoziante e ben più di un agricoltore, magari fornitore a chilometro zero che si è visto scavalcare da aziende molto meglio strutturate di lui e che si possono permettere di vendere prodotti freschi già confezionati.

L’equilibrio – Non per ingigantire la vicenda, ma è noto che i piccoli agricoltori prendono già le briciole del prezzo finale proposto dai negozianti ai clienti per i loro prodotti (la distribuzione ha un costo enorme). Se l’ effetto sostituzione scatenato dall’ introduzione del sacchetto bio continuerà, e secondo Ismea si tratta già di un trend in atto da tempo, a pagarla cara saranno proprio i piccoli coltivatori e le botteghe che vendono solo prodotti sfusi.

Per recuperare il calo delle vendite saranno costretti a tagliare ulteriormente i prezzi, cosa che possono fare anche i grandi distributori per approfittare del trend e per i maggiori margini a disposizione. Una pezza è stata messa dal Consiglio di Stato stabilendo che i sacchetti si possono portare anche da casa, fissando però dei paletti. Una vera e propria frana insomma, scatenata da 1 centesimo.

di Antonio Spampinato – Libero