Nonostante i fondi da record spesi nel disperato tentativo di sconfiggere l’Alzheimer, di fronte a una diagnosi di questo tipo diventiamo tutti indifesi come gattini ciechi. Ma siamo davvero disperati come siamo inclini a credere?

Prima di scoprirlo, diamo un’occhiata alla chiave genetica di questa malattia.

I marcatori primari dell’Alzheimer sono le placche di proteina beta amiloide che iniziano a comparire già 20 anni prima che si manifestino i primi sintomi della malattia.

I ricercatori ritengono che queste placche siano costituite da frammenti di proteine provenienti dalle cellule di rivestimento dei neuroni. Se questi frammenti interrompono la connessione accumulandosi, gli enzimi presenti naturalmente impediscono loro di formare un ammasso.

Sfortunatamente, nel cervello delle persone con Alzheimer questo processo non può avvenire in modo naturale.

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Vari esperimenti clinici fatti recentemente hanno provato a colpire le placche usando gli anticorpi, cosa che ha provocato degli effetti collaterali insostenibili.

Tuttavia, un recente studio condotto dall’Università di Washington ha cercato di colpire non tutte le placche ma un segmento proteico più piccolo contenuto al loro interno, conosciuto anche come APOE.

In pratica in questo esperimento è stato usato l’anticorpo che corrisponde all’APOE, non l’intera placca. Inoltre, l’obiettivo era anche unico nel suo genere, poiché gli scienziati hanno stabilito che lo scopo era “trovare e distruggere”, non contenere.

Sebbene nessuno si aspettasse di ottenere risultati impressionanti, il comportamento di uno degli anticorpi è stato notevole.

Fino a 6 settimane, il livello delle proteine APOE nei topi è diminuito del 50% rispetto alla fase precedente al trattamento; ciò che è particolarmente positivo è che l’anticorpo non solo ha individuato la proteina, ma ha anche catturato il resto dei segmenti proteici più grandi.

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Il dottor Holtzman crede che se questa terapia funziona negli umani come nei topi, potrebbe finalmente fornire la cura che tutti noi stavamo aspettando. Holtzman afferma: “Se si iniziano a rimuovere le placche precocemente, potremmo essere in grado di fermare i cambiamenti nel cervello che portano alla smemoratezza, alla confusione e al declino cognitivo”.

Tutto ciò significa che presto la malattia di Alzheimer potrebbe essere soltanto un ricordo.

via Fabiosa