Scienza

Psicosi ed idee di suicidio. I farmaci per gli “scompensi chimici” creano più danni che aiuti. Lo afferma il ricercatore Peter R. Breggin

Psicofarmaci, teoria controcorrente: creano problemi, non li risolvono, lo afferma il medico e ricercatore americano Peter R. Breggin

di Andrea Lorusso

Un noto ed importante medico e ricercatore della psichiatria americana, ovvero Peter R. Breggin, ha scritto un libro indirizzato alla più vasta quantità di colleghi del settore, di pazienti e gente comune, intitolato “La sospensione degli psicofarmaci”. Perito che ha partecipato a tantissimi procedimenti contro le case farmaceutiche, e che dal 1972 dirige una associazione nel settore.

È una questione annosa che vede in contrapposizione spesso psichiatri e psicoterapeuti, ad esempio, in cui c’è chi spinge per i trattamenti farmacologici e chi per una indagine dei traumi che, invece, avrebbero una natura nel vissuto della persona, e non in “scompensi chimici” inesistenti, anche secondo la farmacologa italiana Laura Guerra: “”Gli psicofarmaci creano loro stessi uno squilibrio, che spinge il cervello a mettere in atto meccanismi di compensazione per opporsi al cambiamento indotto dal farmaco, che quindi altera l’assetto neurotrasmettitoriale. Il cervello si trova dunque in uno stato alterato”.

Non una storia da poco, ed è Breggin nel suo libro ad infilare la lama nella cura: “Studi sugli antidepressivi mostrano come essi comportino anomalie mentali e comportamentali, insonnia, ansia, agitazione, impulsività, aggressività, violenza, idee di suicidio, e per questo gli antidepressivi sono spesso associati alle benzodiazepine. Questi farmaci possono, in una certa percentuale di casi, causare uno stato di ipomania o mania che se non diagnosticato come effetto collaterale del farmaco fa scattare la diagnosi di disturbo bipolare e quindi spinge i medici a trattamenti farmacologici che a volte diventano veri e propri cocktail, con l’aggiunta di antipsicotici e stabilizzatori dell’umore.”

Mi rivolgo allo psichiatra per un problema, il farmaco mi crea altri disturbi a cui il medico assocerà altri farmaci, entrando in una spirale di dipendenza e in una retrocessione del livello di guarigione, anziché venirne fuori. Tutto questo ovviamente fa gola alle lobby che acquisiscono una stabile clientela a vita. In una società dove poi la rete sociale e famigliare è sempre più disgregata, milioni di persone s’appendono alla speranza della pillola.

Addirittura secondo Breggin, l’uso prolungato di questi trattamenti può portare alla demenza o alla atrofia cerebrale, un obnubilamento permanente con effetto zombie, vissuto anche dai bambini dove sempre più spesso vengono prescritte sindromi di iperattività, molto probabilmente a torto.

La Dott.ssa Guerra inoltre specifica: “Ci sono altri pesanti effetti collaterali, anche irreversibili, come la discinesia tardiva, che coinvolge i muscoli della faccia e degli arti, l’acatisia tardiva, che produce un profondo e insopportabile stato di agitazione. Per non parlare della sindrome metabolica, che porta all’aumento del peso, fino al diabete”. Senza dimenticare altre numerose e gravose conseguenze derivanti dal litio o dalle benzodiazepine, che nel tempo provocano danni alla tiroide, oppure aumentano la sensibilità all’insorgenza dell’Alzheimer.

Un quadro devastante, in cui agire sui sintomi anziché sulle cause, su ciò che provoca gli stati d’ansia, angoscia, depressione, ecc, non solo non risolve i problemi ma li acuisce. Molto piede e con efficacia testata da chi si avvicina a questi mondi, sta prendendo il counseling olistico. Discipline integrate tra mente, corpo e anima, che sollecitano le persone ad una autoterapia che vada a scoprire – e stralciare – le radici dei disturbi mentali ed emotivi.

 

Di Andrea Lorusso
Twitter @andrewlorusso

Fonte affaritaliani.it

 

L’articolo Psicosi ed idee di suicidio. I farmaci per gli “scompensi chimici” creano più danni che aiuti. Lo afferma il ricercatore Peter R. Breggin proviene da Politicamente Scorretto .