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Parla il grande documentarista Sir David Attenborough: “Quel piccolo di albatros che trova solo plastica nel becco materno”…!!!

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Parla il grande documentarista: “Mostro i prodigi della natura ma anche i nostri disastri”

LONDRA – Da sessant’anni racconta le meraviglie della natura sul piccolo schermo. Il grande pubblico italiano ebbe modo di conoscerlo nel 1984, quando la Rai decise di mandare in prima serata il suo Pianeta vivente. Da allora il suo nome, sempre in coppia con quello della Bbc, è diventato sinonimo di documentario. L’ultimo è stato presentato pochi giorni fa a Londra: Blue Planet II, seconda puntata di una serie dedicata agli oceani. E il prossimo, che sta scrivendo, sarà dedicato al cambiamento climatico. Perché, nonostante i 91 anni, Sir David Attenborough non è stanco di viaggiare nei luoghi più selvaggi della Terra. E ne ha viste abbastanza per fare un bilancio sullo stato di salute della Natura.

Cos’è che l’affascina tanto degli oceani?
“Da ragazzo non avevo mai visto cosa accadeva al di sotto delle onde. Negli anni Cinquanta, quando indossai per la prima volta un autorespiratore, mi resi conto di trovarmi di fronte all’ecosistema più ricco, vario, bello, emozionante e meno conosciuto del pianeta. È uno spettacolo che toglie il fiato: nuovo per la televisione”.

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Ha visto molta plastica negli oceani?
“La plastica rappresenta un problema gravissimo. L’esempio più straziante? Ho girato una scena in cui il piccolo di albatro sta per essere nutrito, e dal becco dell’adulto non escono fuori pesci o calamari, il loro alimento naturale, bensì plastica. Ti spezza il cuore”.

Cosa pensa dei cambiamenti climatici?
“Il programma che sto scrivendo si focalizza su questo tema. Se si parla di cambiamenti occorre usare una prospettiva storica. Alcuni dei cambiamenti a cui assistiamo sono più produttivi, altri meno. Stavo giusto guardando una scena in cui orche e megattere vanno a caccia di aringhe al largo delle coste norvegesi. Vent’anni fa le orche non nuotavano in quelle acque. Perché? Non saprei dare una risposta certa, ma denota un cambiamento. Parte del quale è dovuto senza dubbio al riscaldamento globale”.

È preoccupato per le ripercussioni che i cambiamenti climatici avranno sui suoi nipoti?
“Certamente. Quale persona responsabile potrebbe negare di esserlo? E non si tratta solo dei miei nipoti, ma di ciò che accade al mondo intero. Agli elefanti, ai trichechi…”.

Cosa spingerà l’uomo a intervenire?
“L’unico modo è stringere accordi globali. E per farlo, in linea di massima occorre lavorare con o attraverso i politici. In una società democratica spetta a noi fare il possibile per convincere i politici ad intervenire. È il motivo per cui Parigi ha rappresentato un’occasione tanto ottimistica e felice. A ripensarci adesso, in verità, siamo stati degli illusi. Eppure quell’incontro ci ha dato una marcia in più”.

Cosa vorrebbe dire a chi ignora o nega l’esistenza dei cambiamenti climatici?
“Viviamo in un mondo libero e non siamo dittatori del pensiero. Dobbiamo semplicemente far conoscere i fatti a cui assistiamo e fornire prove ogni volta che possiamo. Il problema è che ci sono molti interessi in gioco e a molte persone conviene negare i fatti, per un tornaconto economico. Negli anni Cinquanta, quando si discuteva del fumo, alcuni negavano tutto. Forse perché erano tolleranti, illusi, o credevano davvero che i dati statistici che collegavano nicotina e tumore ai polmoni fossero errati. O avevano investito tutto il loro denaro nell’industria del tabacco. Sono convinto che alcuni fossero in malafede. Che vi fosse chi sapeva e negava tutto. Ma c’erano anche altri, per i quali le cose non stavano così. Probabilmente anche oggi molti credono che questa storia del monossido di carbonio non sia proprio vera. Tutto ciò che possiamo fare è raccogliere le prove”.

Ci sono anche reazioni negative ai fatti. Cosa ne pensa della diffidenza verso gli esperti?
“Accade quando qualcuno si sente dire qualcosa che non gli piace e che probabilmente non capisce. Non è necessariamente un male: ci sono molte persone che nemmeno io capisco e non mi piacciono. Per lo meno non in quei termini. È una sorta di riflesso condizionato. Ma comunque non si può prescidendere dalle prove scientifiche”.

Lei ha incontrato Obama. Accetterebbe un invito da Trump?
“Avrei bisogno di sapere di cosa vorrebbe parlarmi e perché desidera incontrarmi. È difficile sapere quali prove sarebbe disposto ad accettare. C’è stato un climatologo responsabile che ha detto che gli sconvolgenti fenomeni in Texas sono conseguenza del riscaldamento climatico? Non sono un fisico e di certo non so nulla della chimica dell’atmosfera, ma so che se appoggi il bollitore sulla fiamma e l’aumenti, l’acqua inizia a bollire. Sono sicuro che dei climatologi più sofisticati di me direbbero: “Ragazzo, stai semplificando le cose”. Tuttavia questo sta accadendo al clima mondiale… “.

Perché i politici fanno tanta fatica ad affrontare il tema dei cambiamenti climatici?
“Quale politico decide di prendere un’iniziativa che ha grandi costi e non porta nessun vantaggio visibile, se non dopo le prossime elezioni o quelle ancora successive? I problemi a lungo termine richiedono una visione lungimirante ed altruistica che la poli- tica non consente di coltivare”.

Pensa che il nazionalismo rappresenti una minaccia alla politica sul clima?
“L’ascesa del nazionalismo è allarmante. Dopo tutto, l’ottimismo alla Conferenza sul clima di Parigi nasceva dal fatto che delle nazioni per la prima volta si fossero riunite per fare qualcosa di concreto. Tutto ciò che interferisce con quello spirito è contrario a ciò che mi auguro accada. Abbiamo bisogno di più internazionalismo. Più dialogo e accordi. E meno frontiere”.

Oggi c’è più interesse nei confronti dell’ambiente?
“Per 20-30 anni mi sono sgolato gridando al disastro. E per molto tempo i miei moniti sono caduti nel vuoto. Adesso per la prima volta sento un cambiamento nell’opinione pubblica. E sono soprattutto i giovani che pensano di dover fare qualcosa per porre rimedio. È un cambiamento enorme”.

Perché i giovani si interessano ai cambiamenti climatici?
“Mi piacerebbe credere che sia per via delle prove, che esistono e che ogni essere razionale darebbe per buone. Forse è perché quando si è giovani non hai quei patemi di natura economica, politica, o altro e riesci a vedere i fatti con una certa chiarezza. Si potrebbe dire che sono ingenui. Forse. Ma l’ingenuità ha i suoi lati positivi”.

In che modo riesce a coinvolgere il pubblico sulle tematica ambientali con i suoi film?
“Faccio documentari di ogni tipo, ma mi piace fare soprattutto quelli che spiegano perché le formiche creano una società come quella in cui vivono. Perché gli uccelli del paradiso hanno quel tipo di piume. La meraviglia, lo splendore, il prodigio, cose così. Questo mi piace mostrare. Ed è quello che faccio. Ma ho anche il dovere di fare programmi su tutte le cose di cui abbiamo parlato. Se facessi solo programmi su disastri, tragedie e terrore, la gente probabilmente si scoraggerebbe e perderebbe di vista il nocciolo del discorso. Ovvero la meraviglia di questo nostro splendido mondo. E se non riesci a coglierla, o se non te ne importa nulla, non farai mai nulla per proteggerlo”.

Qualcosa le dà speranza?
“L’azione collettiva è uno dei motivi per cui nutro speranze. Trent’anni fa nessuno ascoltava chi si preoccupa dell’inquinamento mentre oggi le nostre preoccupazioni vengono ascoltate”.

Cosa pensa delle energie rinnovabili, come l’eolico offshore?
“Uno dei grandi vantaggi di questo tipo di energia è che si trova ovunque attorno a noi, ed esistono diversi modi per sfruttarla. La si può ricavare dal vento, delle correnti sottomarine… Le fonti sono numerose, ed è giusto sfruttarle. Ma sarei un ingenuo se dicessi di ritenere che non vi siano anche controindicazioni, che si tratta di una meravigliosa panacea priva di implicazioni. Quali altre strade esistono? Il nucleare, i blackout… che alternative abbiamo?”

L’ultima domanda: cosa dobbiamo aspettarci di vedere in Blue Planet II?
“Dovrei rispondere che disponiamo di materiale inedito, meraviglioso, e che abbiamo esplorato luoghi mai visitati prima. E per certi versi è vero, ma non è questo il punto. Il punto è che la vita negli oceani è meravigliosa. Ho visto moltissimi filmati che mostrano le megattere a pescare con una rete di bolle, e ho anche visto molti coralli. Eppure continuo ad entusiasmarmi”.

© Greenpeace Unearthed – Traduzione di Marzia Porta

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2017/09/30/news/sir_david_attenborough_quel_piccolo_di_albatros_che_trova_solo_plastica_nel_becco_materno_-176946779/

via Zapping

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