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MULTINAZIONALI E SPECULATORI: CHI GOVERNA DAVVERO LA NOSTRA ALIMENTAZIONE!

Alima ha appena dieci anni, sognava di diventare insegnante ma ora non va più nemmeno a scuola. La mattina si sveglia e percorre alcuni chilometri a piedi per raggiungere la piantagione di cacao. Passa tutta la giornata di fronte a grandi sacchi che deve riempire chicco dopo chicco e poi trascinare fino al magazzino. In mezzo alle piantagioni per 10 o 12 ore al giorno, respirando i residui nocivi degli antiparassitari chimici, trasportando sacchi che pesano quasi quanto lei.

Ma la storia di Alima non ha nulla di speciale, se non fosse che l’Unicef l’ha fatta conoscere al mondo rendendola protagonista di una campagna di denuncia contro il lavoro minorile. Nel suo paese, la Costa D’Avorio, ci sono 200mila altri bambini che vivono nelle stesse condizioni, forse di più. Alcuni di loro hanno appena cinque anni, molti sono nati lontano, in altri paesi poveri come Guinea, Sierra Leone, Mali o Burkina Faso. Le loro famiglie, rese disperate dalla povertà, li hanno affidati a uomini che promettevano di portarli verso una vita migliore oltre confine, ma poi li hanno venduti come schiavi ai latifondisti.

Alima e gli altri sono fantasmi della globalizzazione. Sono gli ultimi anelli di una catena di produzione che grazie al loro sfruttamento garantisce prodotti a basso prezzo a una piccola parte privilegiata del mondo.

Dai latifondisti il cacao viene venduto alle multinazionali dei prodotti a base di cioccolata. In cinque si spartiscono i tre quarti del mercato mondiale: Mars, Mondelez, Nestlé, Hershey’s e Ferrero. In seguito ad una campagna di denuncia internazionale alcune di queste corporation nel 2001 firmarono il protocollo internazionale Harkin-Engel, nel quale si impegnavano a contrastare il lavoro minorile e la schiavitù nelle piantagioni.

Da allora nulla è cambiato, se non una cosa. Le multinazionali non acquistano più il loro cacao direttamente dalle piantagioni, ma da un manipolo di grossisti che fungono da intermediari. Il prodotto gli costa un po’ di più ma questo passaggio permette loro di dichiararsi estranei a ciò che avviene sui campi, riversando la responsabilità sui grossisti locali. In questo modo la Nestlé si è difesa con successo da una denuncia dell’International Labor Rights Fund per sfruttamento del lavoro minorile. Del prezzo al quale paghiamo una barretta di cioccolato al supermercato meno del 7% viene destinato alle miserrime paghe dei lavoratori: tutto il resto se ne va in spese di trasporto e soprattutto in margini di guadagno per la multinazionale che confeziona il prodotto e per il distributore che lo vende al consumatore finale. Una filiera ingiusta che non riguarda solo il cacao, ma praticamente ogni prodotto della terra che dai paesi poveri viene esportato nei paesi industrializzati: banane, caffè, olio di palma, zucchero e molto altro. Un mercato che è ormai nelle mani di un oligopolio ristrettissimo di industrie che si spartiscono tutte le fette della torta.

Non sono mai stati così pochi i padroni del cibo. Il potere di decidere cosa e come finisce sulle nostre tavole si è concentrato nelle mani di un pugno di multinazionali che controllano la filiera alimentare mondiale, dalle sementi ai pesticidi, dalla trasformazione industriale alla distribuzionecommerciale. Il miliardo e mezzo di produttori agricoli mondiali sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi che dettano le regole di mercato. La perdita di potere contrattuale si traduce in difficoltà economiche e occupazionali per gli agricoltori a livello globale, ma l’elevata concentrazione mette a rischio anche la libertà di scelta dei consumatori e gli standard di qualità e sicurezza alimentare, oltre che la stessa sovranità alimentare dei vari Paesi. Non a caso la Fao ha lanciato l’allarme per la crescente uniformità delle colture mondiali che ha portato nell’ultimo secolo ad una perdita del 75 per cento della biodiversità vegetale e ha stimato il rischio dal qui al 2050 della perdita di un terzo delle specie oggi rimaste.

La filiera dei prodotti agricoli, dall’origine allo scaffale, può essere suddivisa in cinque fasi. Alla base della produzione troviamo le aziende che producono semi e quelle che producono pesticidi, due settori che – come vedremo – sono talmente intrecciati da risultare quasi indistinguibili. Il secondo anello è quello della coltivazione, tolti i piccoli produttori che coltivano per la propria famiglia o il mercato locale, nel mondo rimangono pochi milioni di imprese agricole che, pur essendo di grandi e a volte enormi dimensioni, sono in una posizione di forte dipendenza, sia nei confronti dei prezzi imposti dai produttori di semi e pesticidi, sia da quelli – sempre più bassi – ai quali il terzo anello, rappresentato dai grossisti, pretende di acquistare la materia prima. I grossisti infatti sono così pochi e così grandi da fungere spesso da acquirenti esclusivi nella loro zona di interesse, una posizione che gli permette di imporre alle aziende agricole cosa produrre e a quanto venderlo. Il prodotto arriva poi alle multinazionali dell’industria alimentare, che lavorano il prodotto finale e lo rivendono all’ultimo anello della filiera, quello dei supermercati, anch’essi racchiusi in pochi gruppi sempre più grandi, in grado di schiacciare ogni concorrenza.

Il mercato mondiale delle sementi vale 40 miliardi di dollari l’anno. Una cifra enorme, controllata al 60% da sole 5 aziende multinazionali: le americane Monsanto (26%), Du Pont (18,2%) e Dow (3,1%), la svizzera Syngenta (9,2%) e la tedesca Bayer (3,3%). Praticamente analogo il valore del mercato dei pesticidi, che si è attestato nel 2015 a 41 miliardi di dollari, ed è allo stesso modo controllato per il 64 % da cinque corporation.

Ma le analogie non finiscono qui, infatti le multinazionali che gestiscono questo mercato sono esattamente le stesse che producono i semi, cambiano solo le rispettive quote di mercato, con Syngenta (23,1%) davanti a Bayer (17,1%), Dow (9,6%), Monsanto (7,4%) e Du Pont (6,6%). Eppure ad una prima analisi le produzioni di semi e pesticidi chimici non sembrerebbero settori così correlati, visto che richiedono strumentazioni e conoscenze scientifiche profondamente diverse. A cosa è dovuta quindi questa “coincidenza”? In realtà la distinzione regge nell’agricoltura tradizionale, ma se si utilizzano semi geneticamente modificati le cose cambiano. I semi OGM possiedono un patrimonio genetico alterato in laboratorio allo scopo di ottenere caratteristiche non presenti in natura e necessitano di prodotti standard per essere fertilizzati e protetti dai parassiti.

Ad esempio i semi geneticamente modificati di soia prodotti dalla Monsanto massimizzano la propria resa solo se trattati con l’erbicida Roundup, prodotto dalla stessa azienda americana. Questo consente alle multinazionali di imporre ai coltivatori un pacchetto completo che ne raddoppia i guadagni. Il mercato dei semi OGM rappresenta ormai oltre 1/3 del totale, attestandosi a 15 miliardi di dollari.

Nel mondo un ettaro su otto è coltivato tramite semi geneticamente modificati, con punte impressionanti in Argentina (dove l’80% delle terre agricole sono oggi occupate da coltivazioni OGM), Brasile (71% del totale) e Usa (42% del totale). Passando alle colture, quelle maggiormente coltivate a partire da semi OGM sono la soia (il 74% del totale è geneticamente modificato), il cotone (70%), il mais (32%) e la colza (24%). Oltre la retorica della massimizzazione della resa dei terreni per far fronte alla crescente necessità di cibo nel mondo, l’introduzione delle colture geneticamente modificate per le multinazionali ha rappresentato innanzitutto una cosa: la possibilità di moltiplicare i profitti attraverso la vendita garantita dei pesticidi correlati al seme.

E come sempre accade i profitti di queste multinazionali comportano peggioramenti nelle condizioni di vita delle popolazioni e rischi per la salute e l’ambiente. Venti organizzazioni internazionali hanno presentato un rapporto intitolato “L’imperatore OGM è nudo”, nel quale si dimostra come queste colture necessitino ogni anno di maggiori quantità di pesticidi, vista la naturale caratteristica degli insetti “infestanti” ad evolversi rapidamente aumentando la resistenza alle sostanze chimiche irrorate. Un adattamento ovvio (lo stesso avviene ad esempio nei batteri che si evolvono in nuove varietà resistenti agli antibiotici), evidentemente preso in considerazione e quindi desiderato dalle stesse aziende produttrici, che comporta livelli di inquinamento chimicospaventoso nei campi, e quindi nei cibi che arrivano sulle nostre tavole, oltre a spese sempre maggiori per gli agricoltori che ne coltivano le varietà. Talvolta con conseguenze drammatiche come dimostra il caso dell’India, dove negli ultimi anni si sono registrate numerose proteste – e purtroppo anche diversi casi di suicidi – da parte dei coltivatori di cotone economicamente strozzati dai costi per i prodotti Monsanto.

La logica che regola gli altri anelli della filiera del cibo segue le stesse dinamiche, in un gioco sempre uguale all’interno del quale cambiano solo, e neanche sempre, i nomi dei protagonisti. Un ristretto oligopolio di multinazionali, che ogni anno continuano ad allargarsi con nuove acquisizioni, domina i mercati dei prodotti trasformati. Cinque grandi torrefattori, guidati dalla Nestlé, si spartiscono la metà del mercato del caffè. Lo stesso avviene ad esempio nel mercato delle banane (con Chiquita e Del Monte a recitare la parte del leone) e anche nel mercato forse più assurdo di tutti, quello dell’acqua in bottiglia, con sette aziende che si accaparrano i due terzi del mercato, guidate dall’onnipresente Nestlé, dalla Danone e dalla Coca-Cola. Le multinazionali che abbiamo elencato dominano soprattutto i terreni e i mercati delle Americhe e dell’Asia, ma anche in Europa le dinamiche sono essenzialmente le stesse. Ovunque i terreni coltivabili stanno tornando a concentrarsi nelle mani di pochi latifondisti.

In Italia il 3% dei proprietari dispone del 50% dei terreni destinati all’agricoltura. Sono gli stessi terreni sui quali troviamo i moderni schiavi migranti chinati mentre, per tre o quattro euro all’ora, raccolgono i pomodori che domani andremo a comprare nei supermercati.

Sul cibo non ci guadagna solo chi è protagonista della filiera produttiva. Pochi decenni di globalizzazione liberista sono stati sufficienti per trasformare i principali frutti della terra in entità immateriali che si possono scambiare in astratto, come fossero azioni di borsa o bitcoin. Sul cibo oggi si possono guadagnare montagne di soldi anche tramite le speculazioni, ovvero scommettendo sulle variazioni dei prezzi. I fondi di investimento acquistano e rivendono tonnellate di grano, riso, orzo, caffè, mais o cacao solo per guadagnare sulle fluttuazioni del loro valore. Una dinamica che talvolta provoca vere e proprie bolle speculative capaci di incidere sulle condizioni di vita di milioni di persone. Nel 2008 le speculazioni sul mercato dei cereali provocarono un aumento repentino dei prezzi del pane che in molti paesi poveri fece aumentare sensibilmente il numero degli affamati. Per farsi un’idea della grandezza raggiunta dal fenomeno può bastare sapere che lo scorso anno il valore dei contratti di caffè stipulati a scopo speculativo (cioè senza scambio reale di materia prima) è stato di 784 miliardi di dollari, ben 34 volte superiore agli scambi reali a scopo commerciale, che si sono attestati a 28 miliardi.

Da qualunque angolatura si voglia osservare il mercato alimentare, è evidente che ci troviamo di fronte ad un gioco sfuggito completamente di mano.

Chi governa il mercato è perfettamente consapevole che i cittadini non sono disposti a vedere il cibo come una semplice merce perché sono consapevoli che l’alimentazione è strettamente connessa alla salute e al benessere. Per questo le multinazionali riversano enormi somme nelle pubblicità. Servono a farci credere che al supermercato troveremo prodotti sani e genuini, come se fossero prodotti da noi stessi. In una narrazione falsa eppure potentissima ci mostrano l’allegra vita dei contadini intenti a mietere il grano, mentre la famiglia felice che vive nel mulino di campagna prepara ottimi biscotti e la mucca Lola custodisce il latte per la nostra tavola. Niente di più lontano dalla realtà. Il cibo naturale non viene prodotto da nessuno di questi marchi e difficilmente si trova nei supermercati delle grandi catene della distribuzione.

Autore: Andrea Legni

Giornalista professionista, vive a Bologna dove lavora insieme al gruppo media indipendente SMK Videofactory. Ha scritto e realizzato video-inchieste per Il Corriere della Sera, La Repubblica, Altreconomia ed altri. Come documentarista ha realizzato le inchieste “Kosovo vs Kosovo” e “Quale Petrolio?”. E’ caporedattore web di Dolce Vita Magazine.

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/multinazionali-e-speculatori-chi-governa-davvero-la-nostra-alimentazione/