Ambiente Scienza

L’umanità ha spazzato via il 60% degli animali selvatici dal 1970 a oggi. Il nuovo studio

Secondo il rapporto annuale del WWF, l’umanità ha spazzato via il 60% delle popolazioni di vertebrati dal 1970 al 2014

La fauna selvatica? Sottoposta ad un lento massacro ad opera dell’uomo. Una enorme inesorabile perdita che minaccia anche la sopravvivenza della nostra civiltà.

Dal 1970 ad oggi l’essere umano ha spazzato via il 60% di mammiferi, uccelli, pesci e rettili e ora i massimi esperti del mondo avvertono che l’annientamento della fauna selvatica è ora un’emergenza che non si può più sottovalutare.

Sono le stime che arrivano dal rapporto annuale del WWF sulla biodiversità, il “Living Planet Report 2018”, preparato da un pool di 59 esperti in collaborazione con la Zoological Society of London e che ha analizzato l’abbondanza di 16.704 popolazioni di oltre 4mila specie di vertebrati in tutto il mondo arrivando a una conclusione: dal 1970 al 2014 si è registrato un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati che significa un crollo di più della metà in meno di 50 anni.

indice 1970

L’Indice del Pianeta Vivente (Living Planet Index), ovvero l’indicatore dello stato della biodiversità globale, elaborato dal WWF e dalla Zoological Society of London

Gli attuali tassi di estinzione delle specie sono in questo momento fino a mille volte più alti di prima che il coinvolgimento umano negli ecosistemi animali diventasse un fattore determinante, mentre gli attuali sforzi per proteggere il mondo naturale non sono al passo con la velocità della distruzione artificiale.

Se ci fosse un calo del 60% nella popolazione umana, sarebbe equivalente allo svuotamento del Nord America, Sud America, Africa, Europa, Cina e Oceania. Questa è la scala di ciò che abbiamo fatto – dice Mike Barrett, direttore esecutivo scienza e conservazione del WWF. Questo è molto di più che perdere le meraviglie della natura. Questo in realtà sta mettendo a repentaglio il futuro delle persone, il nostro sistema di supporto vitale”.

Di fatto, la fauna selvatica e gli ecosistemi sono vitali per la vita umana e la distruzione della natura non può non essere pericolosa quanto il cambiamento climatico. È la natura a contribuire al benessere umano culturalmente e spiritualmente, così come attraverso la produzione di cibo, acqua pulita ed energia, e regolando il clima, l’inquinamento, l’impollinazione e le inondazioni. Ebbene, il rapporto Living Planet dimostra chiaramente che le attività umane stanno distruggendo la natura a un tasso inaccettabile, minacciando il benessere delle generazioni attuali e future.

distruzione biodiv

Ma cosa ha fatto l’uomo per arrivare a tanto? Secondo il rapporto, le minacce che minano più di tutte le oltre 8.500 specie a rischio di estinzione, presenti nella Lista Rossa (Red List) dell’Iucn, riguardano il sovrasfruttamento e le modifiche degli ambienti naturali, soprattutto quelle legate ai sistemi agricoli. Mentre è chiaro che altre pressioni derivano dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento, dalle specie invasive, dalle dighe e dalle miniere. Tutta una serie di fattori che il Wwf definisce come “impronta ecologica del nostro consumo” che, negli ultimi 50 anni si è incrementata del 190%.

impronta ecologica

Mappa dell’impronta ecologica

inquinanti

Il rapporto Living Planet compaiono poi le valutazioni dell’Intergovernamental Science/Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) secondo cui oggi meno del 25% della superficie terrestre è ancora in condizioni naturali e nel 2050, continuando con gli attuali andamenti di sfruttamento, la percentuale della superficie delle terre emerse in condizioni naturali si ridurrà al 10%.

Sarà un degrado dei suoli che metterà in pericolo altri 3,2 miliardi di persone nel mondo, mentre in 46 paesi dell’area tropicale e subtropicale l’agricoltura commerciale e quella di sussistenza tra il 2000 e il 2010 sono state responsabili rispettivamente di circa il 40% e il 33% della deforestazione. Un altro 27% è stato causato poi dalla crescita urbana, dall’espansione delle infrastrutture e dalle attività minerarie.

In appena 50 anni il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è scomparsa mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni”, afferma la presidente del Wwf Italia Donatella Bianchi.

Il Living Planet Report 2018 – aggiunge – richiama a un impegno deciso per invertire la tendenza negativa della perdita della biodiversità. Il mondo ha bisogno di una roadmap dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti, di un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità”. Per ottenere questi risultati, secondo Bianchi, “è necessario intervenire subito già dalla 14° Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD, Convention on Biological Diversity, che avrà luogo in Egitto) nel prossimo novembre. È fondamentale un accordo globale, ambizioso ed efficace per la natura e la biodiversità, come è avvenuto per il cambiamento climatico in occasione della Conferenza di Parigi nel 2015”.

Germana Carillo – GreenMe