Il pesce che mangiamo è a base di plastica

di Mariangela Musolino

Il biologo marino Balistreri: “Ogni anno ne ingeriamo undicimila frammenti”

Esistono problemi di cui prendiamo coscienza solo una volta all’anno, ma che sono costantemente presenti e – come in questo caso – drammaticamente in crescita. Nella fattispecie, l’inquinamento del Mare Nostrum, il Mediterraneo, ritorna argomento in voga solo quando si ricomincia a parlare di spiagge e di classifiche su quale sia la più bella dell’anno. Ma le spiagge del Mediterraneo e in particolare quelle italiane rischiano in un futuro assai prossimo di non essere più neanche praticabili a causa della sempre più massiccia presenza di plastica.

Ne abbiamo parlato con un biologo marino ed attento osservatore di quanto accade nel Mar Mediterraneo dalla postazione privilegiata delle splendide Isole Egadi, provincia di Trapani, a circa 7 km dalla costa siciliana. Si tratta di Paolo Balistreri, che lavora all’Arpa Sicilia St Trapanie collabora con società e cooperative dedicate al monitoraggio ambientale, nonché con l’Università di Palermo. Assieme alla dott.ssa Anna Maria Mannino è autore di diverse pubblicazioni scientifiche. È responsabile sez. Mare di Legambiente Isole Egadi.

È possibile quantificare la plastica presente oggi nel Mediterraneo?

“La plastica in mare è oggi quantificabile grazie a diversi progetti di sensibilizzazione dei cittadini e di monitoraggio ambientale delle coste dalle sue invasioni. Tra questi, ad esempio, il progetto Clean Sea Life, che mira a sensibilizzare e realizzare una mappa evidenziando le zone dove l’accumulo di rifiuti comporta un rischio per la biodiversità. Il Wwf ha quantificato inoltre che il 95% dei rifiuti marini è rappresentato dalla plastica”.

Da dove arriva?

“La plastica arriva da diverse vie nelle acque, in quantità diverse e seguendo delle rotte ben precise. Due scienziati dell’International Pacific Research Center, attraverso modelli matematici sono riusciti a seguire le rotte dei rifiuti che arrivano fino all’Oceano. Non vi è un modo univoco in cui la plastica finisca in mare, perché essa può provenire da azioni dirette e indirette che compie l’uomo. Una delle vie può essere la rete fognaria, vedi ad esempio la microplastica presente nei cosmetici: questa finisce nella rete idrica in un batter d’occhio. La plastica può arrivare anche dai corsi d’acqua dopo un lungo viaggio per finire sulla costa o direttamente negli specchi acquei”.

Che cosa comporta la presenza di queste plastiche sull’ambiente biologico marino e sull’uomo?

“I grossi pezzi di plastica che raggiungono il fondo possono essere ricoperti da forme di vita che popolano i fondali, ma in un secondo momento frantumandosi  possono entrare nella rete nella forma più piccola definita ‘microplastica’. Grossi pezzi di plastica possono comunque essere ingeriti dai pesci, (come nel caso dei capodogli del Mare del Nord in Germania, che recentemente si sono spiaggiati per via dell’ingestione di diversi rifiuti). In merito alla microplastica vi è da dire che secondo un’ultima stima, in un anno di pesce consumato una persona ingerisce circa undicimila piccoli frammenti di plastica. La notizia allarmante è che i pesci si cibano di plastica non in maniera accidentale, ma perché attratti dagli ‘odori’ che ne provengono. Un esperimento condotto da un’università americana ha evidenziato come ad esempio le acciughe siano attratte dalla plastica. La stima ha evidenziato che almeno cinquanta specie marine siano attratte dalla plastica, tra cui molte di quelle che finiscono nel nostro piatto”.

Nel Mediterraneo qual è la situazione?

“Nel Mediterraneo centrale la plastica è stata trova in ben 121 specie, tra cui alcune che finiscono nelle nostre tavole come tonno e pesce spada. Nelle rete alimentare (rete trofica), prima dei piccoli pesci vi è il plancton (l’insieme di organismi animali e vegetali che non riescono a contrastare con il loro nuoto il modo ondoso e le correnti del mare e quindi ne vengono trasportate) che viene a sua volta mangiato dai piccoli pesci e dai grandi filtratori (vedi squalo balena che si ciba filtrando l’acqua). Di recente un Chetognatha (invertebrato) è stato filmato con all’interno un frammento di microplastica. Messo in chiaro che la base della rete alimentare presenta in ogni sua parte plastica, si immagini questa in un succulento pesce che ha subito delle alterazioni al sistema immunitario o abbia assorbito additivi che vengono implicati nella realizzazione delle plastica.  Ogni suo componente entra in gioco nel nostro corpo, quindi forse non è eccessivo parlare di avvelenamento del nostro corpo. Non voglio essere allarmistico, ma la tendenza ad oggi è questa”.

Ci sono spiagge in Italia che sono diventate impraticabili per via della presenza della plastica?

“A gennaio in Versilia le coste sono state invase dalla plastica proveniente dall’Arno. Molte spiagge purtroppo sono sempre più ricche di plastica che talvolta agli occhi appare invisibile, ma in realtà è celata sotto un velo di sabbia. Questa sensazione l’ho avuta qualche settimana fa durante la giornata ecologica del Circolo Legambiente Isole Egadi e Clean Sea Life: molte cale sotto questo punto di vista possono essere considerate impraticabili”.

Che cosa si può fare in concreto per limitare questo problema?

“Sembrerà banale, ma è dai semplici gesti quotidiani di buona educazione come non disperdere i nostri rifiuti nell’ambiente e limitare l’utilizzo della plastica che piano piano, forse, potremo mitigare l’impatto della plastica nell’ambiente, sugli organismi che ci circondano e su noi stessi. Lì dove è possibile, la plastica andrebbe eliminata o non utilizzata. I sacchetti di tela per esempio possono essere una sostituzione allo sporta di plastica. Di recente l’Italia ha applicato la Direttiva europea 2015/720 sui sacchetti biodegradabili. Questa ‘novità’ è una buona idea a mio avviso per iniziare un’inversione di rotta, poiché l’applicazione del decreto ha smosso anche i mezzi di comunicazione di massa evidenziato il problema della plastica”.

Come si può sensibilizzare la gente a non inquinare l’ambiente marino?

“Si sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica coinvolgendo ogni fascia d’età in diverse attività sulle varie tematiche che interessano la plastica. Penso che puntare sui giovani sia un cavallo vincente, perché questi rappresentano il futuro della società, ed i grandi molte volte si lasciano trascinare dall’entusiasmo dei più piccoli. Penso inoltre che tutti i comuni dovrebbero farsi carico della raccolta differenziata perché da questa si possono generare prodotti nati dal riciclo, ed inoltre dall’organico realizzare compost da impiegare ad esempio in agricoltura”.

Quali sono le prospettive da qui a dieci-venti anni?

“Tra dieci o venti anni si avrà nelle acque una maggiore presenza di plastica più che di pesci. Un recente studio proiettato ad un visione di ciò che può realizzarsi tra trentacinque anni conferma questa drammatica tendenza. Invertire questo trend per evitare la catastrofe non è impossibile, basta volerlo”.

Fonte: In Terris

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