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APRIRE UN RISTORANTE NEL SALOTTO DI CASA E FARCI I SOLDI? ECCO COME FARE

Non chef, né ristoratori, bensì «utenti cuoco». Se volete aprire un ristorante a casa, o ci avete mangiato, sappiate che così hanno deciso nei palazzi di chiamare chi serve pietanze a pagamento a casa propria.

Ebbene, l’utente cuoco è oggi al centro di una guerra. L’ultima parola l’avrà il Senato, che ha all’esame un disegno di legge che vuole normare il fenomeno. L’Antitrust ha avvertito: in quelle regole ci sono restrizioni ingiustificate e si rischia di ridurre l’offerta.

All’estero il social eating piace moltissimo. Tim Cook, il ceo di Apple, pare che ci organizzi i meeting: massima riservatezza. VizEat, piattaforma francese da poco sbarcata in Italia, giura di avere 20mila padroni di casa iscritti e in 110 paesi.

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Il fenomeno è figlio della sharing economy, economia della condivisione. In Italia, però, c’è stata una levata di scudi. Si è parlato di distorsione del mercato, e chi vorrebbe aprire oggi ancora non sa come andrà a finire.

Il Senato dovrà approvare alcuni tetti: il ddl dice che l’attività di home restaurant non può superare i 500 coperti annui e che chi cucina non può percepire proventi annui superiori a 5mila euro.

Pochi? Sono il discrimine perché lo Stato non pretenda contributi.

«Certo sono un limite alla capacità di impresa», dice a Libero il fondatore del portale Gnammo.it, Cristiano Rigon, che però spiega che tra i suoi iscritti soltanto uno ha superato l’anno scorso quelle cifre e, con 25 euro a persona di media, ha calcolato al padrone di casa resta in tasca «fra il 30 e il 40%. Bisognerebbe far sedere a tavola ogni weekend 10 persone: è raro. Detto questo, sono numeri molto limitanti».

Se oggi vuoi proporre il social eating a casa tua, i costi da affrontare sono principalmente quelli della spesa. Se chi apre deve mettersi a fare i calcoli al centesimo, si rischia risparmi sui prodotti.

A scorrere i menù delle piattaforme si trova di tutto: molte ricette semplici, altre elaborate. Sta a chi prenota giudicare il rincaro e la proposta sulla serata.

Ai costi della spesa bisogna aggiungere le utenze di gas e luce straordinarie, forse stoviglie una tantum. E poi i costi per la connessione internet, indispensabile per accedere ai portali da cui ottenere le prenotazioni, oppure per connettere il terminale Pos, qualora si scelga l’incasso col Bancomat. Per fare un esempio, con Wind Tre paghi da 19,95 a 29,95 euro al mese per ottenere la connessione Adsl o la fibra.

Chi si iscrive alle piattaforme – ne esistono molte, poche macinano numeri importanti – paga poi una percentuale sulle transazioni, che avvengono online al momento della prenotazione, che va dall’8% al 12%.

E proprio su internet si dovranno effettuare i pagamenti, d’obbligo, se la legge passerà. Questione di trasparenza e di tracciabilità. Perché ad oggi potrebbero essere in molti, quelli che risolvono con i contanti senza ricevuta. Potrebbero, perché quel che dicono a Libero alcuni ospiti è che farsi pagare prima è garanzia anche per loro, che aprono le porte di casa.

I siti più famosi ti danno visibilità, non è detto si potrà optare per un abbonamento e far pagare dal proprio sito direttamente.

Per esempio, PayPal chiede fino al 3,4% per le vendite, più 0,35 euro per transazione. L’italiana Satispay, invece, chiede 20 centesimi per transazioni superiori a 10 euro per i clienti business.

Da Apple, a Samsung, alle compagnie telefoniche e alle banche, pagare online sta diventando sempre più conveniente. Sono costi, ma per dotarsi di un Pos quando si apre una Partita Iva servono almeno 100 euro presso le banche e poi ci sono le commissioni interbancarie: fra lo 0,2% e lo 0,3%.

Tra i costi certi della legge, ci sono poi le coperture assicurative, oggi non obbligatorie. A fungere da controllori dei propri iscritti saranno i gestori dei siti che organizzano gli eventi e ne prendono le prenotazioni. Servirà avere una polizza assicurativa per la copertura dei rischi derivanti dall’attività – ne abbiamo trovate dai 25 euro agli 80 online, ma per altre professioni – e un’altra per la responsabilità civile verso terzi: se hai la casa assicurata, basta un’estensione.

Se organizzi meno di 5 cene in un anno e non dai da mangiare a più di 50 persone, sei esentato dalla assicurazione, e il gestore del sito a cui sei iscritto non dovrà comunicare al Comune – in via digitale – che esisti come attività, mentre ne è obbligato per tutti gli altri.

Si parla poi di buone pratiche di lavorazione e di igiene. Il ministero della Salute, è plausibile pensare che chiederà almeno il protocollo Haccp, per prevenire le contaminazioni degli alimenti.

Per l’attestato, bastano dai 35 euro online, ma si sfiorano anche i 200 euro per un corso ben fatto. La normativa non prevede l’acquisto di un abbattitore di temperatura, sarebbero botte da 1.400 euro.

«Fatte le somme, ad oggi i costi certi a cui si va incontro non sono certo eccessivi», dice Rigon. «Ma i rischi contenuti nella legge sono troppo alti», ribadisce invece Giambattista Scivoletto, fondatore di Bedandbreakfast.it: «Siamo pronti da anni a investire sul settore, ma da un nostro sondaggio su 600 utenti Facebook risulta che 1 aspirante Home restaurant su 2 non aprirà con questa legge, anche per paura delle multe».

Fonte: Qui

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